giovedì 2 maggio 2019

TJF 2019 - Ho visto cose che voi umani... (Parte II)


Si parte abbastanza puntuali alle 21:10 con Li Calzi che ringrazia il pubblico per essere accorso così numeroso.
Ringrazia le istituzioni e la Fondazione per aver contribuito a mantenere il prezzo del biglietto a livelli popolari (e vorrei anche vedere perché se mi metti queste menate a €30 probabilmente rimane deserta la sala poiché manco i parenti pagherebbero una somma simile per vedere un saggio).

Finisce l'intervento concludendo, con una punta di orgoglio, che questa sera avremo ben due produzioni originali TJF!! me cojoni, una è praticamente il saggio del centro musicale di Aosta con ospite il musicista che era andato a fare un workshop qualche mese fa lassù e il secondo è il Fabio Giachino trio con due ospiti.

Per produrre una roba così non è che bisogni proprio essere un genio di Broadway...
Che pochezza di Festival, che cabotaggio miserabile...

SET I
ARTO TUNÇBOYACIYAN / SFOM QUARTET 

Arto Tuncboyacyan, voce, percussioni
Pietro Ballestrero, chitarra elettrica e acustica
Marco Giovinazzo, percussioni
Alessandro Maiorino, contrabbasso, basso elettrico
Manuel Pramotton, sax tenore e soprano

Partiamo dal saggio: sono stati una settantina di minuti di colonne sonore di film poliziotteschi anni '70, di film softcore anni '80 e di epic metal anni 2000 il tutto in salsa oscillante tra i riffoni affettapalle dell'Afro jazz e Ummagumma.
La cosa non sarebbe stata totalmente disgustosa se non ci fosse Turbominchia che canta praticamente su ogni pezzo a volte con effetti distorsori altre volte con la sua voce che -comunque- é uno squittìo schifoso ed insopportabile.

Grazie ai riffoni ipnotici io più di una volta ero sul punto di addormentarmi sulla sedia, ma appena lui attaccava a latrare stile Careful with that axe, Eugene venivo brutalmente riportato all'agghiacciante realtà.

I musicisti (che sono insegnanti della scuola aostana) non hanno suonato male; i pezzi non erano nemmeno tanto semplici il sassofonista ha un bel suono sia col tenore che col soprano. Ovviamente -come è consuetudine consolidata- si lascia spesso andare a sfoggi di preziosismo tecnico.
Majorino é un buon contrabbassista, il percussionista é stato pregevole ed il chitarrista é senza giudizio perché non ha suonato nulla di significativo.


Finalmente questa affettata di balle è terminata e -dopo l'inutile introduzione di Borotti che mi sono ben peritato di non ascoltare- sono saliti sul palco i musicisti del secondo set.


SET II
BRECKER & CHAD LEFKOWITZ-BROWN MEET F. GIACHINO TRIO 

Randy Brecker, tromba
Chad Lefkowitz-Brown, sassofoni [in realtà solo tenore]
Fabio Giachino, pianoforte
Davide Liberti, contrabbasso
Ruben Bellavia, batteria

Lefkowitz ha un bel timbro, un bel suono, tecnica da vendere e omunque non fa nulla per non farlo notare; però a differenza di Redman indulge meno sui sovracuti e su quella gestione funambolica dell'ancia lassù in alto nel registro.
Le sue frasi quando non sono turbo minipimer sono anche belle.

Facendo la tara alla difficoltà tecnica dello strumento, cosa analoga si può dire del trombettista Randy Brecker.

Sono stati proposti un paio di pezzi di Lefkowitz e di Ciccio Brecker, uno di Giachino ed alcuni presunti standard (Parker e Gillespie) nemmeno tanto stravolti.

Ovviamente è inutile parlare del trio di Fabio Giachino perché si capisce perfettamente che sono tre musicisti di ottima levatura che suonano insieme da parecchio tempo e che non necessitano quasi di guardarsi per capirsi al volo.
E' sicuramente stato piacevole e semplice per i due ospiti suonare insieme a quella che si potrebbe definire la Rhythm Section del Piemonte e lo hanno spesso dimostrato sul palco complimentandosi a più riprese col trio.



Nel complesso il secondo set é stato molto piacevole (tranne le solite derive di tecnicismo free/ bebop) ed é scorso via ancora più rapidamente di quello di Joshua Redman di ieri, da ciò posso arguire che nel mio cervello sia stato un concerto molto simile al jazz.

mercoledì 1 maggio 2019

TJF 2019 - Ho visto cose che voi umani... (Parte I)

Come prima cosa desidero ringraziare Borotti e Licalzi aver chiarito definitivamente nelle loro conferenze stampa e nelle loro dichiarazioni che
questo è il miglior Jazz festival del mondo;
che loro sono perfettamente affiatati -come se fossero Paul McCartney e Stevie Wonder- vivono in perfetta armonia e che la loro coabitazione non ha portato a nessun dissapore poiché Borotti si occupa più del lato mainstream mentre Licalzi di quello d'avanguardia.
Altra importante l'assicurazione è che quest'anno, tranne i primissimi giorni, sono stati evitati i pericolosi accavallamenti di date che rendevano difficile assistere a molti concerti.
Hip hip hurra per per i due cacciaballe!!

Posso anche essere d'accordo su tutta una serie di cosa affermate da Gianni e Pinotto, ma sul accavallamento io continuo ad avere dei seri dubbi visto che ancora il primo maggio (cioè ben oltre la data che loro avevano indicato come scevra da accavallamenti) ci sono alle 19:00 tre concerti a cui ero interessato in tre posti ben diversi.
Quantomeno fino a qualche anno fa le performance erano tutte concentrate a breve distanza una dall'altra, ora dall'Industrial Village CNH alle OGR ci va il treno.
Capisco che comunque il problema non tocchi né Licalzi né Borotti dato che loro non si muovono più di tanto e soprattutto Borotti dubito che possa muoversi liberamente e rapidamente in città visto che per caricare lui ed il suo ego ci va un bus da 54 posti, ma almeno non propinate delle cazzate sesquipedali alla stampa.
Sui locali vale quanto già precedentemente detto, ovvero è un orrendo escamotage per abbattere i costi di sicurezza e poter millantare di aver fatto il tutto esaurito.
Sticazzi... l'Osteria Rabezzana ha 40 posti così come la Rusnenta; il caffè Neruda ne ha pochi di più, ma il vero colpo di genio e il Bi-Locale in cui il dodicesimo spettatore è già sul marciapiede perché la capienza massima non supera i 10.
Quasi quasi un po' mi dispiace per quelli che ci hanno suonato tipo Gianni Denitto, ma se poi penso che sarebbe ora che la smettesse di farsi i giri per il mondo e poi farci sentire le sue diapositive delle vacanze, direi che l'averlo relegato insieme ad un manipolo di temerari al bilocale é il giusto premio.


Ma veniamo ai concerti ai quali ho assistito finora.
Primo giorno 26 aprile inaugurazione alle 19:00 con i Night Dreamers
Sarei rimasto molto colpito e commosso dalle accorate parole di benvenuto e di apertura del festival pronunciate da uno dei due del Duo Minus, ma purtroppo non ho potuto sentirle perché loro erano al circolo dei lettori alla presentazione di un libro di fotografie.
Chapeau!!
Del concerto è inutile che ne parli perché è stato quasi identico a quello già recensito qualche settimana fa. Sono stati forse un po' più energici (bene) e forse un po' più free (molto male) comunque nel complesso resta un concerto apprezzabile.

30 aprile OGR
Primo set

JON BALKE “SIWAN” + ENSEMBLE D’ARCHI DEL CONSERVATORIO DI TORINO
Siwan
Mona Boutchebak, voce, oud
Jon Balke, pianoforte, tastiere, percussioni, direzione
Pedram Khavar Zamini, tumbak (percussioni)
Helge Norbakken, percussioni
Bjarte Eike, violino
Derya Türkan, kemenche

Ensemble d’archi del Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino:
Edoardo De Angelis, (docente)
Rebecca Innocenti, Giulia Pecora, Eleonora Minerva, Matteo Mandurrino, Ruben Galloro, Carlotta Bosco, Samuele Cerrato, violini
Gabriele Croci, (docente) / Martina Anselmo, (tutor)
Diego Villani, Occelli Alberto, viole
Manuel Zigante, (docente) / Simone Graziano, Alessandro Fornero, Lucia Sacerdoni, violoncelli
Federico Marchesano, (docente) / Tommaso Fiorini, contrabbassi

Produzione Originale TJF

a sostegno dell’attività di Unesco Giovani, in collaborazione con il Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino e con la Reale Ambasciata di Norvegia a Roma

Mi piacerebbe sapere se qualcuno mai li abbia sentiti suonare prima e se siano stati scelti e chiamati da Sborotti come rappresentanti del mainstream o da Freecazzi come rappresentanti delle avanguardie.
Secondo me erano rappresentanti delle barzellette del tipo "...ci sono un orchestra d'archi un percussionista svedese una cantante algerina un bonghista iraniano è un suonatore di lira turco..." Peccato che non ci sia stato un cazzo da ridere.

I primi due pezzi sembravano un "What if" ovvero che cosa avrebbe scritto Carlos Gardel se fosse stato yemenita. Si trattava di una specie simile alla musica Argentina, ma pensata, arrangiata, ed eseguita in uno stile e da strumenti che niente hanno a che vedere con quel tipo di musica.
Un approccio stilistico totalmente mediorientale, la cantante poi sembrava un muezzim.
Ma che cazzo ci fanno 'sti qui al TJF ma da quando i leccatappeti hanno una tradizione jazz??? 

Il terzo pezzo era una specie di La Cura, ma composto da un iraniano e cantato dal solito muezzim.
Finalmente ci hanno spiegato che buona parte dei pezzi sono tratti da componimenti di poesie andaluse e ciò può spiegare la fortissima influenza mediorientale.
Resta il fatto che il Festival dell'Oriente lo hanno già fatto un mese fa...
Il concerto prosegue con questa roba oscena fino alle 22:10 quando stavano ormai rischiando la sollevazione popolare ed il sacrosanto linciaggio.
Infatti attorno a me era tutto un chiedersi che cosa ci facesse questa roba in un palinsesto di un festival Jazz, alcuni temevano che Redman forse ripartito convinto di essere venuto al festival sbagliato il giorno sbagliato nel posto sbagliato e via discorrendo. 
Io so solo che a un certo punto sotto l'effetto delle 100.000 scale minori armoniche che mi son dovuto subire ho iniziato a ridere e non riuscivo più a smettere colto da isteria.
Chiudo l'esposizione delle mie impressioni sul primo set dicendo due cose:
- quando ciò che ho apprezzato di più è il solo di darbouq la cosa mi pare abbastanza sintomatica dello schifo della merda pressata in pellet prodotta durante l'esibizione. 

- l'idea dell'orchestra d'archi del Conservatorio é stata comunque geniale, almeno un centinaio di biglietti erano certi di venderli ai parenti.




Poi dopo il cambio palco, la sbrodolata del dinamico Duo e la straziante presentazione densa di ritmo della Giornata Unesco del Jazz da parte di tre ragazze del comitato giovanile Ragazzi per l'UNESCO che quasi mi ha fatto rimpiangere il "muslim jazz" del primo set. Alla fine annunciano il trio di Joshua Redman.

JOSHUA REDMAN TRIO
Joshua Redman, sassofoni
Reuben Rogers, contrabbasso
Gregory Hutchinson, batteria

Devo dire che i circa 60 minuti in cui hanno suonato sono passati molto più velocemente rispetto la musica proctologica del set precedente, ma comunque -tranne un paio di pezzi piacevoli- il resto era tanto turbo borottismo in salsa minipimer: tempi spezzati, strani e compositi ritmi ad incastro e robe per palati sopraffini e non per gente come me rozza ed ignorante.
E' innegabile che siano tutti e tre professionisti stratosferici del loro strumento, Redman ha un controllo dell'ancia spaventoso ed una pulizia e velocità di esecuzione fenomenali; tutte cose bellissime, ma se non sono associate alla trasmissione di un'emozione a me sono giunte solo come onanismo con lo strumento.


Nota personale e latere:
Un grazie particolare invece va -ovviamente fuori da quella rassegna di musica elettronica e ciarpame etnico che è il Torino Jazz festival- al maestro Fulvio Chiara ed al suo laboratorio di small combo del Centro di Formazione Musicale della Città di Torino che si è esibito lunedì 29 al birrificio di via Parma chiudendo le degnamente la stagione di concerti.
Credo che sarà l'unico evento di questo arco temporale che abbia davvero una stretta relazione con quello che per me è il jazz difatti era "hors du festival".