martedì 16 maggio 2017

Dovere di diffusione.

Io non sono sempre (garbato eufemismo) stato d'accordo con Ferraris, ma questo articolo é sicuramente ben centrato sul rapporto TJF - NJ:

http://gabosutorino.blogspot.it/2017/04/i-pomodorini-e-lo-stronzo-gabo-alla.html

Per i più svogliati copio integralmente il testo,

APR 18

I POMODORINI E LO STRONZO: GABO ALLA SCOPERTA DI NARRAZIONI JAZZ
E' l'alba. In un campo di pomodorini, i pomodorini dormono. Il sole li bacia, i pomodorini si svegliano e cominciano a strillare giulivi: "Che gioia, siamo pomodorini,  siamo rossi e tondi e il sole ci bacia perché siamo belli". E strillano e strillano sempre più giulivi. In mezzo al campo c'è un grosso stronzo che dorme. Lo strepito dei pomodorini lo sveglia. Sbuffa, sbadiglia, e poi, con voce baritonale, comincia a borbottare: "Che gioia, sono un pomodorino, sono rosso e tondo e il sole mi bacia perché sono bello". I pomodorini lo guardano scandalizzati e gli dicono: "Ma tu non sei un pomodorino, sei uno stronzo!". "Sì, è vero - ammette lo stronzo. - Ma è mezz'ora che voi fate gli stronzi, e io non posso fare il pomodorino per cinque minuti?"

Stamattina al Regio, alla presentazione di Narrazioni Jazz, i pomodorini hanno fatto i pomodorini per un'ora e mezza, molto compiacendosi del meraviglioso festival che hanno inventato per sostituire il vecchio Torino Jazz Festival, che era brutto e cattivo ("200 mila euro spesi nella pura logica del grande evento", Appendino dixit nel novembre 2015).
Io per cinque anni ho ripetuto che il Torino Jazz Festival era brutto e cattivo: ma oggi non riesco a capire in che cosa Narrazioni Jazz se ne differenzi.
Un dignitoso programma: ma chi richiamerà da fuori Torino?

Guardo il programma. Lo potete leggere anche voi sul sito. Nelle grandi linee, già si conosceva. Dignitoso, niente da dire. Con alcuni progetti interessanti e una nobile coorte di "soliti noti", da Enrico Rava e Geri Allen a Paolo Fresu, da Dee Dee Brigewater allo spettacolo "Jass" di Franco Maresco con il direttore di Narrazioni Jazz Stefano Zenni fra gli interpreti; e poi altri nomi non banali. Tutto molto elegante. Però, santo cielo: non una prima, non un'esclusiva vera, a parte Napoleon Maddox - non esattamente una superstar... - e alcune "partecipazioni straordinarie" come quella di Anna Boniauto con Rava e Allen.
Beh, non s'offenda Zenni: il programma è valido, di qualità. Ma per quale motivo un genovese, o un milanese, o addirittura un fiorentino, dovrebbe decidere una gita a Torino per assistere al nostro festival jazz?
(In serata, tramite Fb, il direttore Zenni mi scrive: "Il pezzo contiene un errore. Si scrive che non ci sarebbero prime. In realtà ce ne sono due: quella della all stars italiana su Boris Vian e quella del Conservatorio su "Ultima fermata a Brooklyn", senza contare i tanti progetti nuovi di Jazz per la Città e della Torino Jazz Night". Doverosamente segnalo, ma la mia perplessità resta: si tratta di eccellenti proposte, tuttavia stento a considerarle come prime che attirino il pubblico da fuori Piemonte...).
Dite che ci sarà l'effetto traino del Salone del Libro? Può essere. Strana storia: dapprima pensano di affiancare il festival al Salone per sostenere il Salone; e adesso l'inverso, con Narrazioni Jazz che si allarma per la "concorrenza" delle proposte musicali del Salone. A me ricorda quell'espressione di mia nonna , "mettere insieme la fame con la sete", a indicare due poveri che uniscono le loro povertà. E comunque, se i visitatori del Salone decideranno di approfittare pure di Narrazioni Jazz, buon per loro: ma ciò non moltiplicherà il beneficio turistico, la "ricaduta sul territorio". Uno parte da Genova per venire al Salone, poi va pure a Narrazioni Jazz: ma sempre uno è.
Comunque ci pensa Chiarabella a spiegare la machiavellica: "Abbiamo voluto un festival - scandisce - che fosse il più inclusivo possibile, sotto il profilo geografico, dei temi e del metodo, adottando per la prima volta una call pubblica. In una città che ha una grande tradizione sia nel jazz sia nella letteratura, mettiamo un primo seme che darà frutti anche in futuro".
Niente, sono di coccio. Ancora non capisco.
Le domande sono roba da stronzi

Così m'è toccato di fare lo stronzo - ovvero fare le domande, ciò che nelle conferenze stampa a Torino equivale a fare lo stronzo.
Non ho avuto molto tempo, perché dopo la prima domanda i pomodorini già scalpitavano per porre fine all'inutile rito delle domande.
Tuttavia, da bravo cronista, io riferisco.
Affinità e divergenze fra Tjf e Narrazioni Jazz

La domanda fondamentale ("In che cosa si differenzia Narrazioni Jazz dal Tjf?") me la risparmia il direttore di Narrazioni Jazz (ed ex direttore del Tfj) Stefano Zenni, anticipando la risposta: egli dichiara spontaneamente che "Narrazioni Jazz è un format assolutamente nuovo che apre grandi prospettive per il futuro, e per un direttore tanto basta".
La "novità", a detta di Zenni, consiste nell'aver dato un tema al Festival, incentrandolo sul rapporto fra musica e altre arti, in particolare la letteratura.
A me non pare nuovissimo, ma posso sbagliare.
Zenni sostiene inoltre che la "novità può clamorosa" di Narrazioni Jazz è il metodo utilizzato per costruire il cartellone del festival "off", Jazz per la Città: spettacoli nei quartieri organizzati da associazioni scelte tramite bando pubblico. "E trasparente", aggiunge l'assessore Leon. Zenni sottolinea che "non c'è nessun festival in Italia che strutturi un terzo della sua attività ricorrendo a una call pubblica".
Chissà perché non c'è.
Sarò sbagliato io, ma tutte 'ste pretese novità non mi paiono decisive.

Non si uccidono così neanche i brand
Né riesco a comprendere perché abbiano deciso a cuor leggero di rinunciare al brand (o "marchio") Tjf, che bene o male un suo valore negli anni lo aveva conquistato. Giusto per marcare la differenza rispetto al passato fassiniano? Ma alla Bocconi non insegnano che i brand hanno un valore?
La prepotenza del Tjf e la questione degli sponsor

Ciò che a me non piaceva del Tjf era l'enfasi da "opere del regime" che lo circondava, la prepotenza dirigista con la quale Fassino lo aveva imposto. In anni di crisi, mentre le iniziative esistenti si vedevano a mano a mano ridurre i finanziamenti, Filura e il suo assessore Braccialarghe avevano voluto dare un festival jazz a Torino: un festival che, fatalmente, sottraeva risorse a chi già esisteva da anni. Fassino faceva notare che in realtà il Tjf era quasi totalmente pagato dagli sponsor. Io obiettavo che quegli sponsor, se sostenevano il Tjf, fatalmente non avrebbero sostenuto altre iniziative (più importanti ma forse meno glamour), condannandole alla decadenza. Per approfondire il concetto potete leggere il post che linko qui.
Sponsor "veri" e "sponsor del sindaco"

Inoltre, per i primi anni il Tjf ha avuto come main sponsor Intesa San Paolo e Iren: io facevo notare che quelli sono "gli sponsor del sindaco", ovvero interlocutori privati che il sindaco di Torino, in virtù di rapporti istituzionali, ha comunque buon gioco a indirizzare verso un impegno piuttosto che verso un altro. Dio li benedica, va da sé. Ma non sono la prova provata che "il Festival attrae gli sponsor", come dicevano Filura e Braccia.
Solo l'anno scorso, all'ultima edizione, erano arrivati sponsor nuovi, privati che sceglievano per pura convenienza di sostenere quella determinata manifestazione: Toyota, Seat Pagine Gialle e Poste Italiane. Sponsor di peso convinti dal progetto, insomma. Io avevo plaudito al buon lavoro della Fondazione Cultura che era riuscita ad agganciarli.
Quindi, stamattina la prima domanda è ovvia: quanto costa il Festival, quanto spende il Comune per la comunicazione, e quali sono gli sponsor.

Leon risponde che il Festival costa 550 mila euro, completamente pagati dagli sponsor; incespica sulla spesa comunale per la comunicazione ("Mi pare 120 mila... No, sono 50 mila euro") e elenca gli sponsor: Intesa San Paolo e Iren sono i soliti due main sponsor, c'è una partecipazione di Poste Italiane, RaiRadio3 è media sponsor.
Domando: "Seat e Toyota non ci sono più?".
"No", replica Leon senza commenti. E non capisco perché ringrazia con tanto calore la Fondazione Cultura, allora: tra i compiti della Fondazione Cultura rientrerebbe pure reperire gli sponsor.
Comunque mi dicono che Toyota non c'è perché voleva una piazza dove esporre le sue auto, mentre quest'anno il festival si svolge tutto o quasi nei teatri.
Dunque: 550 mila euro dai soliti sponsor più 50 mila del Comune per la promozione, per un festival che dura 5 giorni anziché i dieci del Tjf.
Il Tjf - ultima edizione - aveva 825 mila euro di budget versati dagli sponsor (che non erano soltanto i soliti due) e 120 mila dal Comune, sempre per la promozione.
Quindi, siamo a 600 mila euro per 5 giorni contro 945 mila euro per dieci giorni. A peso, non ci si guadagna.
Il ROI e il pubblico extra Piemonte: talloni d'achille del Tjf

In Consiglio comunale, il 17 ottobre scorso l'assessore Leon aveva demolito il Torino Jazz Festival denunciandone l'inanità economico-turistica. Ecco le sue parole: "L’indagine sul pubblico realizzata dall’Osservatorio Culturale del Piemonte e mai comunicata all’esterno  (questa è una balla: i dati erano noti, NdG) mette in luce la rilevanza locale dell’evento e una scarsa capacità di attrarre pubblico da fuori. La partecipazione è tra 75% e l’85% rappresentata da pubblico locale e solo il 18% dei partecipanti ha scelto di visitare Torino per il festival, determinando un ROI ("return on investiment", "ritorno economico dell'investimento", ovvero la famosa "ricaduta sul territorio", NdG) corrispondente alle spese per realizzarlo. La programmazione culturale, dunque, e gli eventi vanno letti alla luce dei risultati e non della propaganda per costruire una programmazione culturale che tenga conto di tutto ciò".
Mitico. Io su quel terreno ci vado a nozze: quando la Leon stava ancora all'Abbonamento Musei, io già scrivevo peste e corna del "velleitario TJF, un milione di euro per una roba frequentata al 63 per cento da soli torinesi e da un misero 18 per cento di residenti fuori Piemonte, alla faccia del turismo".
Nuove frontiere dell'economia

Urge una domanda. Riesco a impossessarmi per una seconda volta del microfono dopo che la gentile signorina ha constatato disperata l'assoluta assenza di altri aspiranti alle domande, con conseguente costernazione dell'addetto stampa comunale; e chiedo a Francesca quale ROI si aspetta da Narrazioni Jazz, e se hanno calcolato l'attrattività del nuovo festival sul pubblico non piemontese.
Lei risponde che intendono fare un festival diverso, inclusivo per il territorio, innovativo nel metodo per via della call, e che coinvolga la creatività torinese.

"Relazione forte con il Salone del Libro": Nic Lagioia e Chiara Appendino
Io replico che sono tutte cose molto belle, ma io vorrei sapere se hanno uno studio di fattibilità, un piano di marketing per capire quale potrà essere il ROI del nuovo festival e quanto pubblico da fuori Piemonte attrarrà.
Leon mi risponde testualmente: "Il primo obiettivo era coinvolgere la città e le organizzazioni sul territorio, e attivare una relazione forte con il Salone del Libro".
Sì, questo l'ho capito, replico, però vorrei sapere se avete un obiettivo circa il ROI e l'attrattività per il pubblico non piemontese.
"Questo mica posso saperlo adesso! - risponde stizzita Francesca. - Noi ci siamo posti un obiettivo culturale, dopodiché faremo tutte le valutazioni del caso per vedere se abbiamo raggiunto i nostri obiettivi che sono in primo luogo culturali e di interazione con il Salone del Libro".
Sono parole alte e nobili. Ma io sono un uomo banale e ho in mente robe banali, tipo studi di fattibilità, piani marketing, strategie, proiezioni... Quindi insisto, paziente e pedante: "Io le domando se avete uno studio sugli obiettivi economici e turistici".
E qui la Leon esce dalla storia per entrare nella leggenda, cancellando con poche lapidarie parole intere biblioteche di economia: "No, gli studi non si fanno in anticipo!".
Da oggi è ufficiale: gli studi di fattibilità si fanno a cose fatte.

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